Primo pane della storia, la scoperta sensazionale: ha 14mila anni

Il pane più antico del mondo, ovvero il primo pane della storia, sarebbe stato cotto poco più di 14mila anni fa. Ad affermarlo, un gruppo di archeologi dell’università di Copenaghen come riporta la rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. Una focaccia bruciata di pane azzimo è stata infatti rinvenuta nel Deserto Nero della Giordania, in un’area in cui erano presenti dei fuochi ove si cuoceva il cibo.

TUTTO HA AVUTO INIZIO CON UNA FOCACCIA

Il ritrovamento di questo pane antico ha un significato profondo. Dimostra infatti che i cibi a base di pane erano prodotti già prima dell’avvento dell’agricoltura che si colloca almeno 4000 anni dopo. Secondo i ricercatori, quel primo pane sarebbe stato prodotto dai Natufiani, popolazione di cacciatori dell’Oriente che aveva iniziato a sperimentare uno stile di vita meno nomade e più stabile.

Due gli ingredienti principali: cereali e tuberi. Un cibo a quanto pare considerato quasi un lusso e destinato perciò ad ospiti particolarmente importanti. Gli scienziati hanno recuperato centinaia di frammenti bruciati, analizzandone alcuni con il microscopio elettronico per identificare attentamente microstrutture e particelle.

Quale sarà, a questo punto, il prossimo passo? Lo ha spiegato l’archeobotanica dell’Università di Copenhagen, Amaia Arranz Otaegui: “Valutare se la produzione e il consumo di pane hanno influenzato l’emergere della coltivazione”.

IL PRIMO PANE, ECCO DOVE È STATO SCOPERTO

Il ritrovamento del primo pane della storia è avvenuto precisamente nel sito archeologico Shubayqa 1, nel Nord est della Giordania. L’università di Copenaghen ha effettuato in quella zona una campagna di scavi tra il 2012 e il 2015 recuperando anche tracce di vegetali e strumenti in pietra. In precedenza, resti di pane cotto al forno risalenti a 9mila anni fa erano stati trovati in Turchia.

conservare il pane

Conservare il pane, ecco tutti i segreti

Inutile nasconderlo: non c’è giornata in cui il pane non avanzi, magari perché si è pianificato male il suo acquisto, perché all’ultimo minuto si è deciso di pranzare e cenare fuori casa. Conservare il pane è possibile, ma come?

CONSERVARE IL PANE, I METODI

Il pane di qualità è certamente più facile da conservare dato che i legami chimici tra i suoi componenti sono semplici. Al contrario, se il pane è stato arricchito da miscele alimentari, la sua durata può variare sensibilmente in breve tempo. Una buona regola, comunque, sarebbe quella di conservarlo nel portapane lasciando la serranda scorrevole leggermente aperta. Se ci troviamo in ambiente molto caldo, il consiglio è di mettere nel portapane un piatto con una fetta di mela o di patata.

Molti conoscono la tecnica del doppio sacchetto: il pane avanzato va inserito in un sacchetto di carta, chiuso e riposto in un altro sacchetto di plastica. È consigliabile tenere sempre il pane a temperatura ambiente in un luogo fresco e asciutto, il più lontano possibile da fonti di calore per non alterare sapore e consistenza. C’è poi chi mette il pane tagliato a fette in frigorifero, al massimo per un giorno ed evitando che l’umidità e gli odori degli altri cibi non influiscano, oppure in freezer per poi scongelarlo a temperatura ambiente. Ma attenzione: il congelamento può alterare la consistenza della mollica e rendere il pane più friabile.

Problema di disidratazione? Il pane va conservato in un sacchetto di plastica facendo uscire quanta più aria possibile. E se lo si vuole riscaldare, meglio scegliere il forno tradizionale, modalità statica, alla temperatura di circa 150° C. Il forno a microonde è sconsigliato in quanto tende a rendere il prodotto gommoso.

CONSERVARE IL PANE CON IL LIEVITO MADRE

È bene sapere che il pane con il lievito madre dura più a lungo. Come conservarlo? In un sacchetto di carta bucherellato. Prima di consumarlo, è meglio passarlo in forno per pochi minuti e affettarlo. In ogni caso, il pane può essere sempre riciclato per tanti altri utilizzi, come la preparazione di polpette, dolci e pangrattato.

La forza della farina, ecco come individuarla

La farina, si sa, è alla base di molte preparazioni: dalla pizza al pane, passando per focacce, torte, e biscotti. Verificare la qualità e le proprietà della farina nella fasi di impasto, lievitazione e cottura non è sempre così facile. A questo scopo, però, vi è l’alveografo di Chopin. Il nome non deriva dal famoso compositore vissuto nel 1800, come si potrebbe pensare: il dispositivo risale infatti al 1921, fu inventato in Francia e venne inizialmente battezzato come estensimetro. Ma come funziona?

SCOPRIRE LA FORZA DELLA FARINA

L’alveografo di Chopin è costituito da una impastatrice, una piastra alveografica con il termostato e un manometro registratore. Lo strumento permette di determinare l’indice W, uno dei più importanti per confrontare la rigidità o l’elasticità di diverse farine.
Le farine si classificano infatti in diversi modi, come quelle indicate per la preparazione del pane e della pizza, e quelle invece che risultano ideali per dolci e brioche.
Le farine vengono valutate grazie a due elementi: l’abburattamento consiste nel processo di setacciatura graduale del grano macinato per ottenere farina di diversa finezza – maggiore è il grado di abburattamento, più alto è il numero del tipo di farina e quindi la nota classificazione 00, 0, 1, 2 per arrivare alla farina integrale – mentre la forza è l’indice di panificabilità che è possibile scoprire appunto attraverso l’alveografo.

IL PROCEDIMENTO

La macchina accoglie un impasto composto da farina idratata al 50% con acqua distillata e il 2,5% di sale. Sottoponendo questo impasto ad una pressurizzazione incrementale con gas, sarà possibile registrare l’estensibilità e la tenacità fino a ottenere l’indice W. L’intera operazione dura in genere meno di dieci minuti ed estrae cinque campioni di pasta che dovranno riposare per circa 20 minuti a 25°C. Questi campioni vengono poi sottoposti ad una pressione di aria costante creando una bolla d’impasto che verrà registrata dallo strumento. Il test giungerà alla conclusione quando la bolla si sarà lacerata.

COME LEGGERE I DIVERSI VALORI

Se siamo di fronte a valori W inferiori a 150, possiamo parlare di farine deboli e poco idonee alla panificazione. Se i valori si attestano tra 150 e 170, le farine hanno forza mediocre, sono adatte a panificazioni con metodo diretto e per produrre biscotti e grissini. Per la panificazione, è meglio preferire farine con valori di W compresi tra 170 e 250 o 250 e 310. Valori superiori a 310, infine, caratterizzano quelle farine molto forti che richiedono lunghi tempi per la lievitazione.

Prodotti da forno

Prodotti da forno, il ruolo fondamentale della materia grassa

Negli impasti dei prodotti da forno, l’azione della materia grassa è fondamentale. Innanzitutto il grasso svolge un’azione lubrificante andando a formare uno strato sottile di sostanza grassa che si pone tra le particelle dell’amido e delle proteine, collegando le varie componenti dell’impasto. In questo modo l’impasto risulta più malleabile e si avranno prodotti di maggior volume. Ma non solo: a migliorare è anche l’alveolatura. La mollica del prodotti finiti risulta infatti essere più omogenea e decisamente più soffice.

Ancora, i grassi che si trovano nell’impasto prolungano la freschezza del prodotto cotto in quanto riescono a isolare l’amido. Quando invecchiano, i granuli dell’amido vanno a deporre l’acqua assorbita: una parte di questa viene trattenuta dal glutine, l’altra parte migra in forma di acqua libera dalla mollica alla crosta e fuoriesce nell’ambiente. Ciò significa che la mollica diventa spesso secca e la crosta umida, e le muffe hanno maggiore facilità di formarsi. Il grasso riesce a rallentare questi processi andando a formare una sorta di pellicola impermeabile intorno all’amido.

PRODOTTI DA FORNO, I PRO DELLA MATERIA GRASSA

Non tutti sanno che l’aggiunta di materia grassa ai prodotti da forno aumenta il valore nutritivo di questo. Inoltre, nei confronti del lievito, la materia grassa rallenta la sua attività vitale. In che modo? Andando a isolare le cellule del lievito con uno stato oleoso per far sì che l’acqua non possa penetrare. Ciò significa che ogni volta che si aggiunge materia grassa nell’impasto, occorre aumentare di conseguenza la quantità di lievito di birra. Se la materia grassa è notevole, il lievito risulta addirittura inattivo.

LE DIFFERENTI SOSTANZE GRASSE

Le sostanze grasse contengono degli acidi grassi nella loro struttura che possono essere suddivisi in saturi e insaturi. Per i prodotti da forno, le sostanze grasse utilizzate hanno origine animale o vegetale. Nel primo caso facciamo riferimento a burro, strutto e lardo; nel secondo caso parliamo di olio, margarine e grassi vegetali. Inoltre, in base alla temperatura e al loro stato fisico, i grassi possono essere solidi o oli.

farina

Farina alla riscossa, la sfida tra marketing e qualità

Fino a qualche anno fa era un ingrediente quasi insignificante Oggi tutto è cambiato: la farina ricopre infatti un ruolo sempre più importante nel settore della panificazione. Una vera e propria riscossa che la vede ormai protagonista in tutta l’Italia, da Nord a Sud.

FARINA DI SUCCESSO, ECCO I TRE SEGRETI

Brand nel settore dell’abbigliamento, della bellezza, ma non solo. Anche la farina, nel 2018, è firmata. Il molino si è pian piano trasformato in una grande azienda che propone ai potenziali clienti una propria identità e una strategia di marketing e commerciale. Insomma, sia la farina che chi sta dietro a questo prodotto ci mettono la faccia.

In questo processo di trasformazione che punta ovviamente al massimo, cambia tutto. Anche la qualità. C’è infatti un evidente miglioramento del prodotto. I Maestri si adeguano alle diverse esigenze della panificazione per dare al pane ottimo gusto e fragranza. Di conseguenza, si verifica un incremento dei margini di guadagno in quanto si è più consapevoli e disposti a pagare un prezzo più alto.

Le nuove farine propongono inoltre ampie attività di divulgazione e formazione, raccontano le più recenti tecniche di panificazione, spesso diventano protagoniste di seminari in accademie e si mostrano grazie a star della tv, dagli chef ai pizzaioli impegnati in show cooking. Non è da sottovalutare, infine, la potenza dei social network.

COME CAMBIA IL MERCATO DELLA PANIFICAZIONE

Il settore della panificazione, contraddistinto da un eccesso di offerta, deve assolutamente rinnovarsi puntando a ingredienti e prodotti di qualità. Per una volta, dunque, la quantità può passare in secondo piano. Ma non finisce qui: è necessario ragionare infatti anche sulla struttura commerciale, spesso concentrata a livello regionale, e sui distributori.

LA PIZZA CON IL MULINO, L’ULTIMA NOVITA’

Farina per la pizza prodotta “in diretta” da grani antichi italiani, grazie ad un vero mulino a pietra montato all’interno del locale e una stanza dei dolci con babà, crostate, tiramisù, sfogliate ricce e frolle, caprese, pastiera napoletana, torta al limoncello e molto altro. Questa cattedrale del gusto sarà presto realtà a Milano, a pochi passi dal Duomo. Protagonisti il maestro pasticciere Salvatore Varriale e lo chef pizzaiolo Giuseppe Vesi.

Quest’ultimo ha scelto di utilizzare soltanto farine macinate a pietra e sta lavorando all’introduzione di prodotti 100% italiani. Al centro del nuovo locale c’è il mulino, con macine a pietra, in cui la farina – ottenuta da grani antichi italiani al cento per cento – utilizzata per fare la pizza sarà realizzata al momento.

La panificazione italiana raccontata in un manuale

Una storia d’amore, quella per la panificazione, che ha inizio con il “Gigi”, il suo lievito madre, e si compone di ben 239 ricette. Il Manuale della panificazione italiana di Teresio Busnelli è dedicato non solo ai panificatori, ma anche a pasticceri, ristoratori e appassionati. Il libro offre infatti nozioni generali sulla produzione insieme a un’approfondita analisi dei differenti tipi di impasti, la loro formazione, lievitazione e cottura. Infine, sono presenti preziose tabelle che illustrano le principali cause di errore nella produzione e le eventuali correzioni da apportare.

LE BASI DELLA PANIFICAZIONE

Il manuale mette in primo piano le materie prime. L’elenco è così presentato: le farine di alcuni cereali e legumi, il lievito madre o di birra, il sale, l’acqua, il malto, i grassi (burro, strutto, grassi vegetali) e infine il miele, il latte, il saccarosio e dolcificanti vari.

LE FARINE NELLA PANIFICAZIONE

Tra i primi approfondimenti del Manuale della panificazione italiana, vi è certamente quello dedicato alla farina. Si inizia con la farina di grano tenero, adatta alla produzione di pane e di prodotti di pasticceria. Si passa poi alla farina di grano duro, i cui chicchi pregiati vengono utilizzati per la produzione di paste alimentari. E ancora, la farina di segale, uno dei cereali più coltivati in antichità il cui impasto richiede una fermentazione a base di lieviti naturali, oppure con una piccola percentuale di lievito compresso.

Si continua con la farina di orzo, cereale facilmente digeribile e ricco di proprietà nutrizionali e salutistiche. E poi la farina di mais che viene denominata bramata (a grana grossa, utilizzata per preparare la polenta),  fioretto ( a grana più fine, indicata per i dolci), fumetto ( a grana finissima, per biscotti e dolci). Ulteriori approfondimenti: la farina di avena, di tipo integrale leggermente semigranulare o normale, la farina di soia, adatta per realizzare la pasta di pane ma anche frittelle, biscotti, torte e pizze. Infine, la farina di riso che si ottiene macinando finemente i chicchi di questo cereale privo di glutine.

PERCHÈ LEGGERLO

Il libro di Teresio Busnelli, già autore di altre pubblicazioni, è una vera e propria enciclopedia della panificazione. Il manuale, interamente da studiare, descrive infatti precisamente l’antica arte con rigore scientifico.

 

 

 

farine raffinate

Farine raffinate, ecco perché non convincono più

Il consumo delle farine raffinate preoccupa molto più oggi le persone rispetto al passato. Tra le problematiche associate, infatti, ci sono l’obesità, le infiammazioni intestinali, il diabete e carenze vitaminiche. Ma è davvero così?

FARINE RAFFINATE, LA STORIA

Facciamo un passo indietro, ai tempi dell’invenzione della macchina a vapore .In quell’epoca i grani venivano macinati con molini a pietra che schiacciavano i chicchi e li frantumano. Ovviamente, con questa tecnica, non vi era la possibilità di separare farina, crusca e altre parti del chicco. Quest’ultimo ha una parte esterna che è la parte vitale del chicco ricca di vitamine, enzimi digestivi, sali minerali e olii vegetali. C’è poi l’endosperma che contiene la farina bianca, ricca in amido e zuccheri complessi. Con l’arrivo dell’elettricità, sono arrivati i molini a cilindri capaci di separare prima il germe, poi la parte superficiale, e poi frantumare la farina. Il risultato: una farina semi-integrale e poco raffinata.

FARINE RAFFINATE, IL PROGRESSO

I moderni mulini industriali, con oltre 20 coppie di cilindri, permettono la separazione tramite setacciatura delle parti non completamente frantumate. Nasce così una farina pura, completamente raffinata. Eppure la raffinazione è una evidente esigenza dell’industria: permette di conservare le farine per anni e accelerare i processi di impastamento. Con le farine integrali il processo di lavorazione è infatti decisamente più lungo. Il motivo: la presenza di fibre tende a far assorbire più acqua, complicando e allungando il processo di lavorazione.

FARINE RAFFINATE, I DANNI SULL’ORGANISMO

Secondo gli studi di alcuni ricercatori, i forti consumatori di farine raffinate creerebbero sulle pareti intestinali una sorta di pellicola che non permetterebbe di assimilare ad esempio il ferro causando una infiammazione. Basti pensare alla sindrome del colon irritabile e al morbo di Crohn. Ancora: ci sarebbe un aumento di zuccheri nel sangue e dunque il rischio di soffrire di diabete. L’assenza o la semplice riduzione di farine raffinate in una dieta equilibrata risulterebbe dunque essere la scelta più saggia per il benessere dell’apparato digerente e del sistema immunitario.

QUALI FARINE SCEGLIERE?

Sono da privilegiare le farine integrali, quelle ai cereali, le farine di farro, orzo e segale, la farina di grano saraceno (al suo interno, magnesio, fosforo, manganese e ferro) e la farina di quinoa ricca di proteine e omega 3 e priva di glutine. Sì alle farine prodotte da grani antichi coltivati senza chimica, macinati possibilmente a pietra, di Tipo 1. Il suggerimento, comunque, è quello di variare il consumo delle diverse tipologie di farina senza esclusioni.

metodi di impasto

Metodi di impasto e la fermentazione nella panificazione

Nella panificazione i metodi di impasto possono essere suddivisi in metodo diretto, metodo semidiretto con pasta di riporto, e metodo indiretto con biga o con poolish. Analizziamoli insieme.

I METODI DI IMPASTO

Il metodo diretto, il più semplice, consiste nell’impastamento, in un’unica fase, di tutti gli ingredienti. Il metodo semidiretto con pasta di riporto consiste nell’impastamento in un’unica fase, ma utilizzando appunto pasta di riporto. Il risultato finale è un pane dall’aroma intenso e con una migliore conservabilità. Due fasi, invece, caratterizzano il metodo indiretto: nella prima si prepara un preimpasto (biga o poolish), nella seconda si aggiungono ai preimpasti, precedentemente fermentati, gli altri ingredienti. I vantaggi sono diversi: una distribuzione dei lieviti nell’impasto più uniforme e un prodotto finale più saporito, oltre che croccante e altamente digeribile.

LA FERMENTAZIONE

Nei preimpasti, il lievito esercita la sua azione fermentativa in diverse step. Il primo è la prefermentazione. Questa inizia già nel corso dell’impastamento e si completa con l’impastamento finale. Il secondo è la prima fermentazione. Inizia già durante l’impastamento e si prolunga fino alla pesatura e divisione della pasta. Con la fermentazione intermedia parliamo del breve periodo che va tra la divisione della pasta e la formatura. Infine, c’è la fermentazione finale o appretto. Parliamo della fase di aumento di volume della pasta dalla formatura fino al momento in cui si raggiunge il massimo livello della fermentazione.

BIGA E POOLISH

La biga è un preimpasto asciutto che può arrivare a 48 ore di fermentazione e che si ottiene con farina, acqua e lievito. La preparazione della biga richiede due aspetti: l’impiego di farine forti con W superiore a 300 e un equilibrato rapporto tra resistenza ed elasticità. Perché scegliere la biga? Oltre a donare un sapore armonico, questo preimpasto permette di ottenere un pane dagli alveoli grandi, porosi e irregolari, oltre a una mollica morbida e una lievitazione verso l’alt.

Capitolo poolish: trattasi di preimpasto semiliquido ottenuto da farina e acqua in uguale misura, e lievito compresso. Grazie a questo metodo vi è uno sviluppo rapido dei lieviti e risulterà un pane con una migliore conservazione e un’alveolatura più ampia. Attenzione però: questo impasto deve essere preparato a regola d’arte per far sì che non si presenti un’acidità marcata o la possibile rottura della maglia glutinica.

panificazione

Panificazione, la tecnica del freddo e i suoi vantaggi

Le basse temperature, grazie all’utilizzo del freddo nella panificazione, forniscono numerosi vantaggi ai professionisti del settore. Innanzitutto, la riduzione delle ore notturne di lavoro per ogni artigiano del pane, oltre alla possibilità di poter programmare al meglio il ciclo produttivo del lavoro sotto vari punti di vista, compresa la cottura flessibile.

COME FUNZIONA LA TECNICA DEL FREDDO NELLA PANIFICAZIONE

Nella panificazione, l’utilizzo della tecnica del freddo va a rallentare, se non addirittura  a bloccare, l’attività fermentativa del lievito. Questa tecnica può essere applicata sia ad impasti già pronti che a prodotti precotti. Con il freddo, inoltre, si può dare il via alla surgelazione, ovvero abbattere a temperature negative e poi stoccare il prodotto precotto o quello ancora crudo. La surgelazione, se viene attuata correttamente, permette ai prodotti di durare a lungo tempo senza che i valori qualitativi siano alterati. In questo modo, è possibile utilizzare gli stessi prodotti nel momento che si preferisce e nella quantità necessaria. Pensiamo dunque alla facilità di gestione in termini di forza lavoro e alla riduzione dei costi: in poche parole, vasto assortimento e sprechi minimi.

IL FREDDO NELLA RISTORAZIONE

Anche nella ristorazione, in fondo, l’uso del freddo per i prodotti da forno è decisamente utile. Per esempio, è possibile avere sempre a disposizione pane da servire caldo dopo aver ultimato in forno la cottura di un alimento precotto e surgelato.

LE REGOLE FONDAMENTALI NELLA PANIFICAZIONE A FREDDO

È fondamentale utilizzare esclusivamente farine di buona qualità, togliere i riposi agli impasti, utilizzare un coadiuvante del freddo per la congelazione, non passare mai dallo stoccaggio immediatamente alla surgelazione ma scegliere una ‘scongelazione’ graduale.

LA TECNICA DI FERMA-LIEVITAZIONE

Chi fa pane tra le mura domestiche e non dispone di un abbattitore, può utilizzare il freddo applicato ai prodotti precotti. Sempre nella panificazione casalinga si può utilizzare la tecnica che prende il nome di ferma-lievitazione o di lievitazione controllata. I professionisti si affidano a celle di ferma-lievitazione che permettono di programmare varie fasi: si inizia con la fase di accumulo per portare l’ambiente interno a -8°C. Segue la fase di abbattimento del prodotto che dura circa due ore. Ci sono poi la fase di mantenimento, quella di pre-lievitazione e la fase di lievitazione naturale.

Qualche consiglio utile: è sempre meglio introdurre rapidamente il pane in cella appena formato; utilizzare biga, pasta di riporto o lievito madre; diminuire la quantità totale di lievito; se si usano miglioratori, adoperare quelli adatti al freddo; cuocere con un forno meno caldo del normale al fine di non far colorare troppo rapidamente il prodotto; non dare troppo vapore durante la cottura per evitare l’eventuale comparsa di bolle.

lievito madre

Lievito madre, dalla sua nascita al generatore professionale

È una storia antica quella che riguarda il lievito madre. Bisogna fare infatti un salto nel passato, intorno al 2000 a.c., quando in Egitto, sotto il caldo cocente, fu lasciato un pezzo crudo di impasto per il pane azzimo. La sorpresa inaspettata fu quella di vedere il pezzo iniziare a fermentare e a crescere di misura. Una volta cotto, il risultato finale fu un pane decisamente leggero, fragrante e dall’ottimo sapore.

IL PROCESSO DEL LIEVITO MADRE

Cosa sappiamo del lievito madre? Conosciuto anche come madre o pasta acida, è un impasto di acqua, farina e un agente attivatore contenente zuccheri semplici. Lieviti e batteri attaccano gli zuccheri dell’attivatore e delle farine. Enzimi specifici trasformano le sostanze zuccherine presenti nella farina e nell’attivatore di fermentazione in acidi, alcol e sostanze aromatiche. È in questo modo che avviene la nascita del lievito madre.

Come farlo a casa? Il primo passo è introdurre in un barattolo del cibo zuccherino come miele, yogurt e dell’acqua (non ricca di sali minerali, sì all’acqua gassata). Basterà coprire il tutto con una garza, in modo da permettere ai batteri di entrare e iniziare a nutrirsi. Ogni giorno il lievito andrà rinfrescato aggiungendo acqua e farina in rapporto 1 a 1. Una volta che il lievito avrà raggiunto il grado di acidità che si preferisce – può bastare anche una sola settimana – il barattolo andrà coperto e riposto in frigo.  Una pasta ideale ha sapore e odore acido, una consistenza morbida, un’alveolatura fine e un impasto non appiccicoso.

COME RINFRESCARLO

Sono molti i metodi di rinfresco pre-panificatorio del lievito madre. Ad esempio, si può prendere tutto il lievito madre, scegliere il quantitativo di pane che si vuole cuocere, aggiungere a questo punto le quantità di farina e acqua che ci servono, lasciare lievitare intorno alle 8 ore circa, staccare un pezzo di lievito madre da mettere via e procedere con la panificazione. Importate ricordare che il lievito madre va costantemente curato e mai abbandonato.

IL GENERATORE DI LIEVITO MADRE LIQUIDO

Pizzerie, panifici e pasticcerie hanno ovviamente necessità diverse rispetto a delle produzioni casalinghe. Non tutti conoscono, a tal proposito, il generatore lievito madre, uno strumento utile disponibile in quattro capienze diverse. Perché utilizzarlo? Innanzitutto per superare la concorrenza, proporre ai clienti una pizza diversa dalle altre con un impasto genuino e soffice e un gusto migliore. In questo modo, si avrà sempre il lievito madre pronto all’uso, rinnovabile semplicemente aggiungendo acqua e farina. Una volta usato il lievito madre, infine, sarà possibile rigenerarlo e riaverlo disponibile in sole 8 ore.

Generatore lievito madre liquido

Macchina per lievito madre, fermentatore LIEVMA