condimenti pizza

Condimenti pizza, qualche suggerimento da fare a casa

Condimenti pizza , i vari suggerimenti di Starpizza

Se si ha a disposizione un po’ di tempo e budget per prendere qualcosa al supermercato, le possibilità sono infinite. Ecco i condimenti pizza e gli abbinamenti più diffusi senza le dosi, perché bisogna sperimentare il proprio gusto. Prendetela come una sorta di guida per scoprire come diversi sapori possono dare origini a combinazioni sorprendenti ed infinite. Il tipo di base o di salsa possono essere scelti da voi senza problemi.

Al Pomodoro e Basilico : Pomodori freschi tritati, foglie di basilico fresco, olio d’oliva, sale e pepe

Alla Marinara : Pomodori pelati (freschi o in scatola), scolati e passati al passaverdure, fettine di aglio, origano secco, olio d’oliva

Alla Napoletana : Pomodori drenati e passati al passaverdure, origano, pepe, acciughe, capperi sotto sale sciacquati, olive di Calamata

Aglio e Olio : Aglio tritato, origano secco, sale grosso, olio d’oliva

Cipolla : Pomodori scolati e passati al passaverdure, mozzarella, cipolle dolci affettate sottili, olio d’oliva

Con le Zucchine : Pomodori (opzionali), piccole zucchine con fiori (se possibile) saltate leggermente in olio di oliva aromatizzato con aglio fresco, sale e pepe, mozzarella

Tapenade : Tapenade, mozzarella, pomodori, cipolle dolci, origano

Con le Melanzane : Pomodori, mozzarella, melanzane a fette sottili grigliate o saltate in olio d’oliva

Prosciutto : Pomodori, mozzarella, fette sottili di prosciutto disposte sulla pizza fumante immediatamente dopo che è stata tolta dal forno

Con il Gorgonzola :  Sbriciolate il gorgonzola sull’impasto, aggiungere una piccola quantità di tritato di aglio e un filo di olio d’oliva

Con Le Olive : Pomodori, mozzarella, olive verdi snocciolate a cubetti

Romana Bianca : Pancetta, cipolle, rosmarino, mozzarella, pepe nero

Ratatouille : Ratatouille, mozzarella, Parmigiano

Sarda : Cipolle rosse, acciughe, olive nere, capperi, origano

Frutti di mare : Gamberi, calamari, cozze, olive Nicoise, sugo di pomodoro, aglio

Al Rosmarino : Mozzarella, formaggio Asiago grattugiato, rosmarino fresco, olio d’oliva

Ai Funghi : Pomodori, mozzarella, funghi misti saltati in olio d’oliva, erbe aromatiche, aglio

Alla Caprese :  Pomodori freschi tagliati e scolati del liquido in eccesso, la mozzarella a cubetti, foglie di basilico fresco, olio d’oliva, sale e pepe. Mescolare in una ciotola, e cospargere sulla pizza fumante immediatamente dopo averla tolta dal forno

Con le Acciughe :Acciughe, pomodoro fresco a fette sottili, cipolle fresche dolci affettate sottili, Pecorino romano grattugiato, olio d’oliva

Greco : Pomodori, peperoncini verdi e rossi, spinaci, formaggio feta, olive di Calamata, origano, aneto, uova sode

Medio orientale : Agnello, mix di spezie orientali, pinoli, pomodori, cipolle, noce moscata

Spagnolo :Cipolle dolci, peperoncino, prosciutto, uova crude

Messicano : Pepe verde, formaggio Monterey Jack, aglio, pelati, peperoncino piccante, salsiccia piccante italiana, origano, coriandolo

pizza e marketing

Pizza e Marketing , chi vincerà la battaglia della pizza ?

Pizza e marketing , chi vincerà la battaglia della pizza?

 

Quando si parla di pizza, ad essere toccate sono le corde più sensibili di ogni cittadino italiano.

Figlia di una tradizione ultra-secolare, la pizza è parte integrante del patrimonio genetico di questo paese, legata senza dubbio a un concetto culturale che va ben oltre il piacere del palato.

Se il cibo è comunicazione, infatti, la pizza è senza dubbio il lessico, la grammatica e la sintassi con cui comunichiamo.

È così da sempre, e lo è per decine di motivi: la pizza è semplice da preparare, veloce da mangiare, pratica, può essere fatta in molti modi e soddisfare quindi molti gusti, è reperibile ovunque.

Ma soprattutto, la pizza è buona. Anzi buonissima.

Per questi e tanti altri motivi, ad oggi, il comparto alimentare dedicato alla pizza vanta numeri da capogiro, che sfiorano i 30 miliardi di euro annui.

Si parla di quasi 130mila imprese e personale che sfiora le duecentomila unità.

Numeri che farebbero pensare a un mercato che assomiglia più a un’immensa miniera d’oro per il nostro paese. Tuttavia la realtà è leggermente diversa da come appare leggendo le cifre.

Ad oggi il pizzaiolo medio italiano vive una forma di crisi molto specifica, simile a quella di tanti altri settori, legata a un margine di ricavi e a un fatturato che non soddisfano pienamente le aspettative e che, in molti casi, denotano fragilità che mettono facilmente in sofferenza il punto vendita.

 

Le ragioni sono prima di tutto logistiche: la pizzeria media italiana è ancora legata a doppio filo al concetto di bottega a conduzione familiare. Mediamente, coloro che lavorano all’interno di una pizzeria sono infatti parenti dove ognuno ha il proprio ruolo. Motivo per il quale spesso, con l’assenza temporanea (o ahimé definitiva) di un punto cardine (come può essere chi esegue fisicamente le pizze) viene a mancare il motore che produce reddito mettendo in difficoltà l’intera attività.

 

In secondo luogo c’è un problema di prezzi, o meglio, di valore economico attribuito al prodotto venduto (le pizze).

In terzo luogo, c’è un problema, grande, di differenziazione.

Cerchiamo adesso di declinare questi punti uno per uno, partendo appunto dalla questione logistica: chi lavora all’interno di una pizzeria.

Come accennato, la pizzeria media italiana è a conduzione familiare. Questo aspetto non è di per sé importante, ovviamente. Il dato importante di questo scenario è il fatto che un lavoro artigianale prevede figure cardine all’interno dell’attività, invece di una sistematizzazione delle procedure. Detto in altri termini, in Italia mediamente vai in una pizzeria perché sai che “il tizio che le prepara le fa buonissime”. Niente di male fino a qui. Ma cosa succede se “il tizio”, che molto spesso è anche il proprietario del locale, smette di lavorare temporaneamente o purtroppo viene a mancare?

Succede che l’attività si blocca, o nel migliore dei casi le sostituzioni non sono all’altezza della formazione originale. La pizza cambia gusto radicalmente e le persone, che collegavano il sapore al valore come unico punto di riferimento, restano deluse. E cambiano pizzeria.

Può sembrare un dettaglio, ma questo contesto rappresenta il principale motivo che spinge a chiudere diverse imprese di questo tipo.

Passiamo alla problematica numero due, quella legata al prezzo: mediamente, il piccolo imprenditore italiano – a prescindere dal settore merceologico cui fa riferimento – tende a valutare l’appetibilità del proprio prodotto in termini di prezzo a cui viene proposto.

In altre parole, la mentalità dominante è cercare di fare il miglior prodotto possibile al minor prezzo. Questo approccio genera due problematiche: anzitutto erode il margine vitale per la sussistenza (e crescita) dell’impresa, oppure sul fronte opposto spinge il titolare a risparmiare sulle materie prime, sulla produzione e su tutte quelle fasi vitali per il risultato del servizio, pur di riuscire a proporre un prezzo giudicato “competitivo”.

In realtà non c’è nulla di “competitivo” nel diffondere un prodotto o un servizio a un prezzo eccessivamente basso. Le persone ai fatti tendono a valutare un bene in base a diversi fattori, attraverso i quali giustificheranno o meno lo sforzo economico da sostenere.

Tecnicamente, il prezzo basso di un prodotto corrisponderà per loro a un valore altrettanto basso. E se non lo farà, costringerà comunque il titolare a rivedere il proprio modello di business ogni qual volta si affaccerà un nuovo player con uno scontrino medio ancora più basso.

E questo porta al terzo e ultimo punto: la capacità di differenziazione di un player del mercato, rispetto a qualsiasi altro concorrente.

Purtroppo la stragrande maggioranza delle attività di pizzeria in Italia tendono a sottovalutare questo aspetto, ritenendo – a torto – che la pizza sia un fattore trainante di suo, che basti farla “bene”, che sia sufficiente tenere un prezzo basso per diventare un punto di riferimento.

Purtroppo queste sono delle caratteristiche assolutamente non differenzianti, facilmente replicabili (rendendo chi le adotta, debole sul mercato) e del tutto trasparenti agli occhi del consumatore medio, ossia del cliente.

Non è nemmeno sufficiente applicare il principio geografico, scegliendo come sede una zona semplicemente perché “lì ancora non c’è una pizzeria”. I criteri di scelta del cliente target vanno ben oltre la geolocalizzazione. Vale un po’ come per il prezzo: se giustificato, un cliente per mangiare una pizza è disposto a percorrere anche tragitti più lunghi rispetto a quanto potrebbe andando nella pizzeria sotto casa.

A questo punto è opportuno valutare, facendo un confronto, come si sviluppa invece il mercato americano nel settore delle pizzerie.

Partiamo da un fatto oggettivo: mediamente la pizzeria a conduzione familiare americana fattura quasi il doppio di quella italiana.

Stiamo parlando di una stima media annuale, quindi senza tenere conto dei picchi di eccellenza così come dei locali vicini al fallimento.

Dato collegato numero uno: non necessariamente i prodotti utilizzati sono migliori di quelli italiani, anzi.

Dato collegato numero due: i prezzi medi delle pizze sono largamente diversi.

Se infatti una pizza in Italia costa intorno ai sette euro, in America la fascia è dai 9 ai 19 dollari.

Molto di più di quanto il cliente-tipo, qui da noi, sia disposto a spendere.

…A meno di non puntare sulle giuste motivazioni.

In sintesi in America si fanno pagare di più, e sanno come farlo, dal momento che sono perfettamente consapevoli di come il principale motivo per cui un cliente è disposto a pagare qualsiasi cifra per una pizza è sapere che in quel determinato locale potrà trovare qualcosa che non troverà da nessun’altra parte.

 

In altre parole: differenziazione e posizionamento.

 

Pensiamo a Domino’s Pizza. Il colosso americano, co-leader di settore insieme a Pizza Hut, è posizionato nella mente del cliente come delivery pizza in 30 minuti. Punto. Quello è il suo angolo d’attacco e su quello ha puntato la sua comunicazione.

Certo, la pizza che propone non vincerà gli oscar della pizza, ma nemmeno il contrario.

 

Pizza Hut, altra multinazionale franchising in cima alla lista delle imprese più redditizie nel settore, è primo nell’agenda mentale dei clienti per prodotto venduto.

Pizza Hut è infatti focalizzato esclusivamente sulla vendita della pizza e nient’altro.

Nessun menu chilometrico, nessun piatto di carne, pasta, pesce o qualsiasi altra cosa.

Solo pizze. Poche tra l’altro, non liste infinite di varianti che nessuno sceglie (in Italia quasi l’80% delle persone mangia esclusivamente le classiche, come margherita, marinara o capricciosa).

Ci sono altri player, ovviamente, Little Caesar o Papa John’s o Little Caesar. Chi si differenzia per qualità del prodotto (e prezzo adatto) o chi sullo smart eating, con prezzi bassi, velocità e zero servizi aggiuntivi.

Anche in Italia abbiamo esempi importanti a riguardo, come la pizzeria Michele di Napoli che riesce ad avere il sold out da quando apre la serranda a quando la chiude, ogni giorno di ogni anno, vendendo semplicemente margherita e marinara.

Il concetto che fa la differenza quindi è appunto… la differenza.

E quel focus bisogna imparare a farselo pagare, con un marketing adeguato che incontri davvero le esigenze del cliente target.

Ps: cliente target significa identificare la tipologia di cliente che si desidera avere nel proprio locale ed essere disposti a sacrificare tutti gli altri, consapevoli che sarà una rinuncia “lieve” dal momento che il cliente “generico” tenderà a paragonare il proprio locale con decine di altri.

 

pizza e vino

Pizza e vino, ecco i migliori accoppiamenti

Un’accoppiata che non ti aspetti: pizza e vino

Sebbene noi italiani siamo abituati ad accompagnare la pizza con una buona birra, un accostamento molto azzeccato con questo famoso cibo tutto italiano è con un’altra eccellenza del nostro territorio: il vino.

Ci sono alcune “regole” per scegliere la bottiglia di vino giusta quando si gusta la pizza, al ristorante o a casa propria.

 

Come preparare un’ottima pizza a casa

 

Prima di stappare la bottiglia di vino perfetta per accompagnare la propria pizza, ecco come preparare un impasto degno della migliore pizzeria.

Sempre di più, infatti, ci si cimenta nel preparare a casa la pizza: impastare diventa un momento di condivisione con i propri familiari e bambini e sbizzarrirsi con i condimenti è un vero e proprio sfoggio di fantasia.

Prima di tutto, è fondamentale scegliere le farine giuste, ecco perché può essere una buona soluzione quella di creare dei mix con diverse farine, sperimentando consistenze e gusti differenti.

A questo punto, si può iniziare ad impastare (meglio se con parecchie ore di anticipo, così da garantire un’ottima lievitazione e quindi un impasto più digeribile) facendo sciogliere il lievito di birra in un bicchiere di acqua tiepida e lasciarlo riposare almeno cinque minuti prima di unirlo alla farina.

Questi minuti sono essenziali per favorire la perfetta lievitazione dell’impasto che andrà poi lavorato energicamente a mano per almeno dieci minuti (a meno che non si abbia un’impastatrice).

Dopo la lievitazione, bisognerà stendere la pasta e lasciarla riposare nella teglia per almeno un quarto d’ora così che continui la lievitazione.

Quindi, si può passare al condimento che più si preferisce ed infine alla cottura: il forno elettrico di casa deve essere già ad una temperatura molto alta.

Una volta pronta la propria pizza, si può passare al vino perfetto per accompagnarla.

 

Pizza e vino: i migliori accostamenti

 

La più classica delle pizze, la margherita, può essere gustata con un bianco delicato ed elegante come lo Chardonnay che riesce ad esaltare il sapore del pomodoro e della mozzarella.

La pizza marinara, caratterizzata dal sapore deciso dell’origano e dell’aglio, ben si sposa con un rosso deciso come il Barbera d’Asti.

Per pizze più condite come la capricciosa o la quattro stagioni, meglio optare per un vino profumato e strutturato che riesca a smorzare il sapore deciso dei tanti ingredienti (carciofi, prosciutto, olive): la bottiglia di vino ideale è il rosso Sangiovese di Puglia.

La piccantezza del salame della pizza alla diavola può essere addolcito con un calice di vino fruttato e robusto come l’Amatone della Vapolicella mentre la pizza salsiccia e friarielli si incontra perfettamente con un vino amarognolo adeguato al sapore di queste verdure: la Bonarda dell’Oltrepò Pavese.

La prosciutto e funghi, dal sapore delicato e autunnale si accosta in maniera perfetta con un rosso pieno e saporito come il Barbaresco.

Passando dai salumi e dalla carne ai formaggi, la classica pizza quattro formaggi è perfetta da accompagnare con un classico Brut che va a meraviglia con grana padano, gorgonzola, scamorza e fontina, i protagonisti di questa pizza.

La pizza napoletana o romana, condita con ingredienti saporiti come pomodoro, acciughe salate, origano, olio extra vergine d’oliva e capperi necessita di un vino che ne smorzi la sapidità come un bianco profumato ed intenso, ad esempio il Pinot Grigio delle Venezie.

Mentre la pugliese, condita con cipolle, olive nere, pomodoro e mozzarella, classici ingredienti della cucina Mediterranea, non può che andare a nozze con un vino rosso di terra pugliese, il Primitivo di Puglia IGT.

Infine, le deliziose e leggere pizze con le verdure, come la ortolana si accompagnano a perfezione con vini bianchi raffinati.

food delivery app

Food delivery :ma quanto costa questo servizio agli esercenti ?

Food delivery: quali sono le tariffe per gli esercenti che vogliono offrire consegne a domicilio?

I numeri parlano chiaro: nel 2019 il segmento del Food Delivery, la consegna a domicilio di prodotti alimentari, ha avuto un aumento impressionante che sfiora il 57% rispetto all’anno 2018, e il dato appare con trend in crescita.

Questo si traduce in un mercato di 566 milioni di euro che si sviluppa esclusivamente online, attraverso cioè l’utilizzo delle più comuni app che conglobano la consegna a casa dei cibi di decine di ristoranti e catene.

Fast Food, Asian, Gourmet o Pizzeria non importa: il mercato della consegna a domicilio ad oggi supera quello dei prodotti da supermercato. Scenario impensabile solo pochi anni fa.

Ma cosa significa utilizzare un’app per la consegna del cibo da ristorante a casa?

Realtà come Glovoo,. Deliveroo, Uber Eats o Just Eat oggi rappresentano servizi utilizzati da milioni di utenti, grazie ai quali è possibile facilmente richiedere, pagare e ricevere a casa praticamente qualsiasi cucina tra quelle preferite.

Il sistema, generalmente simile, è molto semplice: ci si collega all’applicazione, previa opportuna registrazione, si seleziona il ristorante o la pizzeria preferita (si possono scegliere diversi filtri di ricerca, basati sul prezzo, sul tipo di cucina o sulle opinioni degli utenti, l’applicazione si occuperà di filtrare automaticamente solo i risultati raggiungibili nei termini di consegna), si sceglie il proprio menu e si paga.

Dopodiché bisogna soltanto aspettare.

Questa, stando ai numeri, sembra essere diventata la scelta eletta da moltissimi utenti italiani per le loro “cene fuori” a chilometri zero, e il trend non dà segni di arresto.

Sul fronte esercente, un ristorante – per aderire al progetto ed entrare a far parte della lista consorziata dalle varie applicazioni – deve farne richiesta e, ovviamente, riconoscere un compenso economico all’azienda di Food Delivery che gestisce la piattaforma. Non è semplice dunque capire se e quanto è conveniente, per un ristoratore, affiliarsi a questo tipo di soluzione per offrire il servizio di consegna a domicilio.

Esistono tuttavia dei dati di massima di cui poter tenere conto.

Partiamo da una importante differenza: i servizi di Food Delivery non sono tutti uguali. Alcuni propongono infatti un “pacchetto completo” che comprende tecnologia, interfaccia web e soprattutto corrieri dedicati (Glovoo, Deliveroo), altri invece escludono il servizio di consegna (Just Eat). In poche parole, questi ultimi mettono a disposizione tutta la piattaforma software e hardware ma il ristoratore dovrà avvalersi del proprio personale per effettuare fisicamente la consegna.

Questo aspetto chiaramente varia la percentuale trattenuta dal servizio, che si attesta intorno al 15% per le aziende senza corriere e passa al 19/25% per le aziende che mettono a disposizione anche i corrieri.

La variabile in quest’ultimo caso consiste a sua volta in una forbice ampia (sei punti percentuali) in funzione dell’accordo preso.

Non è raro infatti che tale quota possa variare in funzione di una serie di fattori, come il fatturato dell’azienda ma anche l’inclusione dell’esclusività. In prima istanza infatti, se un ristorante si affaccia per la prima volta al mondo del Food Delivery, l’azienda interpellata tenderà a proporre un servizio in esclusiva (ossia concordando contrattualmente col ristoratore che quest’ultimo non si avvarrà di nessun concorrente per la consegna a domicilio). Questo comporterà una tariffa minore.

In più, bisogna tener conto che al prezzo “fee” andrà sommata la percentuale IVA del 22%, pratica “bizzarra” tuttavia universalmente condivisa da ogni vettore.Per quanto l’importo iva sia di fatto scaricabile, inciderà comunque sul lordo dello scontrino.

Tirando due somme, un servizio come Just Eat, ipotizzando una quota intorno al 15%, costerà al ristoratore circa 1,83€ per un ordine da 10 €.

A questi costi vanno aggiunte poi le spese variabili come i costi di attivazione (generalmente intorno ai 150 €) ed eventualmente di caparra (cifre similari), senza contare gli eventuali costi mensili derivanti dall’utilizzo di alcuni metodi di pagamento rispetto ad altri.

In buona sostanza, per un titolare di ristorante o pizzeria non è semplice valutare quanto sia conveniente affiliarsi a un servizio di consegna a domicilio fra quelli più accreditati. Senza dubbio gli esercizi che di per sé vantano un buon successo di mercato traggono i maggiori vantaggi, specialmente nelle grandi città (dove alcuni gruppi di ristorazione iniziano a organizzarsi con “cucine comuni” che consentano di consorziare e ammortizzare i costi).

Discorso diverso per i ristoratori delle piccole città, spesse volte costretti ad alzare i prezzi per rimanere nei margini di ricavo. Decisione che, in molti casi, non sembra però pesare agli occhi del cittadino, in virtù della comodità del servizio ottenuto in cambio.

domino's pizza

Domino’s Pizza , la pizza made in USA pronta a invadere l’Italia

L’era della pizza tradizionale sembra avere le ore contate, almeno dal punto di vista dell’egemonia statistica. La catena americana Domino’s Pizza è pronta infatti a incrementare la propria presenza sul territorio nazionale con quasi 900 punti vendita. Obiettivo per il goal: 2030.

Ma facciamo un passo indietro: attualmente Domino’s pizza è presente in 85 paesi del mondo con più di 16mila ristoranti. La sua presenza in Italia, tuttavia, si attesta su cifre molto più contenute: attualmente soltanto 28 pizzerie in tutto il paese.
L’area scelta sino ad oggi è quella del Nord-Italia: Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte. Il progetto di espansione in realtà seguirà la stessa linea geografica, concentrandosi sulla parte “alta” della nazione, ma lambirà anche Roma con aperture in molte aree centrali, idealmente a nord della capitale. Si tratta di una scelta puramente strategica, i vertici dell’azienda ritengono il Sud-Italia un’area più difficilmente aggredibile, poiché legata maggiormente al concetto tradizionale, e quindi territoriale, di pizza.

Il target è quello di raggiungere una quota di mercato pari al 2% rispetto allo scenario globale delle pizzerie italiane. Obiettivo facilmente raggiungibile e soprattutto senza dubbio interessante, dal momento che il mercato della pizza – sempre più florido – vanta un giro d’affari di circa 24 mld di euro nel solo 2018, dato incrementale rispetto all’annualità precedente.

La strategia di espansione di Domino’s Pizza

La strategia di Domino’s pizza prevederà un sistema misto di aperture: circa il 50% sarà infatti composto da punti vendita gestiti direttamente dalla catena, mentre il restante 50% formerà la “squadra” dei franchising. Non a caso la decisione di espandere il marchio in Italia è stata il naturale proseguimento di numerose riunioni, e accordi, tra Alessandro Lazzaroni – ad di Domino’s Italia – e numerosi imprenditori attivamente interessati all’investimento nelle nuove aperture in franchising.

Da un punto di vista economico, l’investimento preventivato è di circa 250mila euro per ogni nuova pizzeria. Non poco, in considerazione degli standard per le cosiddette startup del commercio fronte-pubblico. Non stupisce quindi che ogni punto vendita sembra prevedere almeno quattordici impiegati ciascuno.
A svolgere un ruolo centrale saranno i corrieri – almeno sei per punto vendita – fattore naturale dal momento che il punto di forza di Domino’s è appunto la consegna a domicilio.

Non poche le incognite, comunque. A remare contro il progetto di espansione, almeno ai nastri di partenza, ci sono i fisiologici dubbi legati a un prodotto così radicato nella cultura gastronomica italiana.

La domanda è, più che “quando”, è capire “se” il colosso statunitense riuscirà a ritagliarsi uno spazio all’interno di un paese così affezionato alla ricetta tradizionale della pizza, al valore della qualità delle materie prime, all’expertise dei pizzaioli etc.

A riguardo, l’ad Lazzaroni sembra non avere dubbi “Gli italiani amano mangiare bene, ma non sono incatenati alle tradizioni. Piuttosto, sono curiosi di provare cose nuove”. Parole che fanno senza dubbio piacere agli investitori, ma che tuttavia non risolvono del dubbio il legittimo dubbio sulla capacità di accoglienza dei consumatori a questo tipo di novità, almeno dal punto di vista dei numeri, che per giustificare gli investimenti – c’è da giurarci – non devono essere piccoli.

A riguardo Domino’s Pizza dimostra di applicare una strategia piuttosto classica in termini di opening-closing management, strategia che palesa quanto i mercati di riferimento dell’azienda non siano sempre all’altezza delle aspettative: nel solo 2019 Domino’s è stata costretta a chiudere oltre cento punti vendita in Europa, tra Svizzera, Norvegia, Svezia e Irlanda.

La fiducia nel progetto italiano tuttavia è confermata da un portavoce dell’impresa che – intervistato dai microfoni di Fox News – dichiara: “Domino’s è amato nei Paesi di tutto il mondo, dal Giappone all’Italia al Brasile e siamo orgogliosi del potenziale di crescita che il nostro franchisee in Italia sta anticipando”.

Ma quali sono i punti di forza della catena americana, con i quali potrebbe presumibilmente conquistare una fetta di mercato che soddisfi le aspettative a medio-termine degli investitori?

Come detto, la consegna a domicilio è il tratto distintivo di Domino’s. Non si fatica a ipotizzare che, in una fase economica in cui il delivery sembra crescere di giorno in giorno in termini di numeri, anche le pizzerie statunitensi trarranno vantaggi da quella che sembra essere il loro cavallo di battaglia. Domino’s garantisce infatti consegne in pochi minuti e, allo stesso tempo, una perfetta realizzazione industriale del prodotto. Elemento che sembra essere gradito da un pubblico disposto a cedere qualcosa in termini di tradizione.

Il paragone chiaramente sarà immediato, come riferimento, ai vari GloVoo, DeliverOO, Just Eat e via dicendo. Non è da escludere un accordo con alcuni di questi colossi della consegna a casa, strada già percorsa da alcune catene di Fast Food come McDonald’s.

Certamente a cambiare sarà il concetto di reperibilità della pizza: basti pensare che soltanto pochi anni fa non molti facevano consegne a domicilio, talvolta erano proprio le singole pizzerie a organizzarsi in modo “artigianale”, mentre oggi l’offerta takeaway è cresciuta in modo esponenziale e permetterà a Domino’s di calcare uno scenario già rodato.

Senza contare che, in linea con i più recenti servizi messi a disposizione dalla tecnologia, le consegne oggi possono essere tracciate, monitorate e seguite attraverso app (le quali, come è noto, permettono ormai qualsiasi metodo di pagamento in tutta sicurezza).

A depotenziare le già menzionate perplessità sul successo dell’iniziativa c’è anche un precedente recente, quello di Starbucks. Il suo avvento in Italia (a Milano è presente in due punti, al momento) era stato accompagnato da un corposo scetticismo motivato dalla difficoltà di inserire un sistema anglosassone in un contesto come il nostro, radicalmente abituato alla visione del “bar” come luogo di ritrovo tutto italiano.

Inutile ricordare come invece l’arrivo del breakfast-brand americano abbia riscosso buon successo sin dall’apertura, riuscendo a coniugare il gusto italiano con l’approccio originale, senza snaturarlo.

Se Domino’s seguirà la stessa sorte, lo scopriremo a breve.

 

pizza fatta in casa

Pizza fatta in casa, ecco alcuni consigli

Ti piacerebbe realizzare con le tue mani una buona pizza fatta in casa? E allora se la tua risposta è affermativa sappi che sei al posto giusto al momento giusto perché ti fornirò tutti i consigli di cui necessiti per poter ottenere un risultato più che soddisfacente.

 

Naturalmente per far si che tutto venga svolto alla perfezione bisogna stare attenti a tutto. Partiamo dalla scelta della farina. Per ottenere un buon risultato dunque, è sempre consigliabile utilizzare una farina di tipo 1 con un contenuto proteico del 13%.

Per sapere se la farina contiene questo valore basta consultare l’etichetta dei valori nutrizionali che si trova sulla confezione.

Anche le farine specifiche per pizza vanno bene, ma ce ne sono alcune come la farina manitoba che richiede un tempo di maturazione più lungo, pertanto sarebbe doveroso evitarla.

La scelta del lievito di birra è altresì molto importante. Guarda sempre la data di scadenza e prediligi i cubetti posizionati all’interno.

Attenzione al pomodoro pelato, evita concentrati o passate che rendono la pizza non propriamente buona.

Un occhio di riguardo va posto poi alla mozzarella, meglio se fior di latte o bufala.

Dopo aver elencato gli ingredienti essenziali vediamo come procedere all’impasto della pizza.

Pizza fatta in casa con Impasto diretto

Ci sono due tipi di impasto: diretto o indiretto. La prima tipologia viene eseguita in un’unica soluzione, mentre l’impasto indiretto è realizzato in due fasi distinte. La prima è il pre-fermento dopodichè si passa alla seconda fase, ovvero si unisce il pre-fermento o biga  con la farina di rinfresco in maniera tale da dare vita all’impasto finale.

Vediamo in questo post l’impasto diretto.

Ecco gli ingredienti che occorrono:

  • 1000 g di farina tipo 1
  • 20 g di sale
  • 700 g di acqua
  • 40 g di olio extravergine d’oliva
  • 8 g di lievito compresso fresco

Procedura

In una ciotola metti 200 gr di acqua con il lievito di birra. Fallo sciogliere per bene dopodichè riponi questa soluzione in frigo.

Nel frattempo, metti nella planetaria la farina con la restante acqua e il sale. Dopo tre minuti aggiungi l’olio e continua ad impastare finché il composto non risulterà ben compatto.

Naturalmente in questa prima fase è necessario utilizzare il gancio in seguito toglierlo e posizionare la foglia.

Adesso riprendi la soluzione di acqua e lievito di birra, incorporala nell’impasto e continua per qualche minuto a lavorare il tutto. Il composto dovrà risultare elastico, liscio e ben molle.

A questo punto prendi un recipiente di grandi dimensioni ungilo di olio e riponi all’interno l’impasto, dovrà riposare per almeno due ore. Mettilo in frigo per un’altra ora in modo tale che lieviti come si deve.

Trascorso questo tempo riprendilo, forma delle pagnotte e lasciale riposare per altre 4 ore a temperatura ambiente. Anche qui ogni pagnotta andrà messa in un contenitore oleoso.

Un’ora prima di cuocere la pizza riscalda il forno ad una temperatura di 250°.

Se hai a disposizione la pietra refrettaria prendi l’impasto capovolgilo su una spianatoia infarinata e procedi a stenderlo delicatamente partendo dal centro verso l’esterno. Poni la pagnotta su su una paletta di compensato marino e lasciala cuocere su pietra  per 5 o 8 minuti circa.

Se utilizzi la teglia invece, stendi l’impasto direttamente sulla teglia, versa il pomodoro e inforna per 8 minuti dopodichè aggiungi gli altri ingredienti, copri il tutto con la mozzarella e lascia cuocere per altri 5 minuti.

Oppure, per chi volesse realizzare a casa una pizza in modo più professionale, esiste sul mercato una teglia per pizza che riesce a produrre una temperatura di 400° , proprio come il forno di una pizzeria. In questo caso basteranno solamente 3 minuti per la cottura con un risultato da pizzaiolo provetto !

 

A questo punto la pizza è pronta!

scheda tecnica della farina

Scheda tecnica della farina , come leggerla e interpretarla

Non tutti sono capaci di leggere e interpretare una scheda tecnica della farina, per questa ragione abbiamo deciso di realizzare questo utile articolo. Ma andiamo con ordine, partendo dalla definizione della scheda tecnica della farina.

 

Cos’è la scheda tecnica della farina?

Si tratta di un insieme di informazioni che riguardano la farina. Grazie ad esse è possibile capire se quella tipologia di farina può fare al proprio caso o meno per la preparazione di un impasto. Le informazioni riportate riguardano:

 

  • L’umidità;
  • La forza della farina;
  • Proteine;
  • Assorbimento;
  • Stabilità;Indice di caduta.

 

Umidità

Alcune schede tecniche riportano un range di umidità pari al 15,50%, altre invece segnalano un valore più superiore. Tuttavia per non rischiare di favorire con il tempo la muffa è doveroso scegliere una tipologia di farina che presenta un’umidità inferiore a quella indicata.

Forza della farina

La forza della farina viene indicata con la lettera W. Quando l’indice W è superiore a 300 vuol dire che quella tipologia di farina è indicata per la lievitazione lunga . Se invece W è compreso tra 210 e 290 significa che la farina è adatta per la produzione di una buona pizza.

Quando l’indice W è inferiore a 190 significa che l’impasto ideale è quello a breve lievitazione.

Ma cosa significa nello specifico quando la farina è forte, debole o normale?

E’ forte quando assorbe una notevole percentuale d’acqua per ottenere un impasto morbido, elastico e per nulla appiccicoso.

E’ debole quando assorbe poca acqua durante l’impasto, e se la farina viene lavorata per troppo tempo rischia di diventare collosa, mentre la farina è di forza normale quando possiede caratteristiche intermedie tra le due citate in precedenza.

Proteine

Se si ha che fare con una farina 200 W allora le proteine presenti sono pari al 10%, se invece la farina è 400 W, le proteine oscillano tra il 14-15%.

Assorbimento

L’assorbimento viene misurato attraverso la correlazione tra la quantità di proteine e l’umidità della farina stessa. Gli indici di assorbimento vengono indicati in percentuale.

Stabilità

Più è alta la stabilità maggiore sarà la resistenza di quella farina a tutte le sollecitudini. Nello specifico:

 

– stabilità superiore a 15° qualità ottima

– stabilità superiore a 10° qualità buona

– stabilità superiore a 5° qualità discreta

– stabilità inferiore a 5° qualità scarsa

Indice di caduta

Questo parametro indica la capacità della farina di fermentare più o meno velocemente. Per indicare dunque, una normale lievitazione, non si dovrebbe scendere al di sotto  dei 270 per farine medio deboli e sotto i 300 per farine forti.

Se invece le farine hanno un indice di caduta sopra i 330-340 vuol dire che per poter far avvenire la fermentazione bisogna aggiungere del malto.

Spero che con questo utile post sono stata di aiuto a comprendere al meglio la scheda tecnica della farina.

Ecco un esempio di scheda tecnica della farina :

scheda tecnica della farina

 

impasto indiretto con la biga

Impasti indiretti con la biga , cosa sono

Cos’è la biga?

Si tratta di un pre-impasto ottenuto dalla combinazione di alcuni ingredienti: farina, acqua e lievito. Una volta ottenuto un primo impasto lo si lascia maturare per 16 ore o per 48 ore, di cui in quest’ultimo caso le prime 24 ore in frigorifero ad una temperatura non superiore ai 4°C e le successive 24 ore a 18-20°C a temperatura ambiente.

La preparazione della biga deve essere fatta a regola d’arte per ottenere quel senso di alta digeribilità e croccantezza dell’impasto.

Per poter ottenere un’ottima biga è molto importante stare attenti alla scelta delle farine. Esse devono essere ben bilanciate con un P/L 0,40-0,60 e con un W minimo di 280 ad un massimo di 330-350W . Per una breve fermentazione (6-10 ore) occorre utilizzare farine di media forza W 260-280, mentre per fermentazioni più lunghe bisogna utilizzare farine con forza al di sopra dei 330.

 

Ma che tipo di impastatrice bisogna utilizzare per preparare una buona biga?

Sicuramente l’impastatrice con forcella rappresenta la migliore soluzione. Per una corretta fermentazione occorrono all’incirca 5-7 minuti, se invece si vuole utilizzare l’impastatrice con le braccia tuffanti sono necessari dai 3 ai 5 minuti utilizzando la prima velocità.

E’ molto importante rispettare i tempi delle diverse impastatrici, in caso contrario il risultato non sarà quello sperato.

Attenzione ad un altro piccolo aspetto: la biga non deve lievitare ma solamente fermentare.

Se le bighe si presentano troppo impastate, la maturazione è anticipata e in aggiunta una caratteristica che fa comprendere immediatamente lo stato suddetto, è l’odore pungente.

Se le bighe invece sono state impastate velocemente si presenta in superficie una sorta di crosta, l’odore che ne deriva è un mix di acqua e farina anzichè di fermentazione.

Se le bighe sono state impastate con una percentuale di acqua maggiore, maturano prima delle ore previste perché è stata introdotta all’interno una percentuale di umidità non indifferente.

Tipi di bighe in base alle tempistiche di impasto

 

Biga classica

Caratteristiche di maturazione: 16 ore, temperatura 19-20 °C.

Questo impasto è adatto alla produzione di pizza in pala, pane o teglia alla romana per brevi maturazioni.

 

Biga fredda

Caratteristiche di maturazione: 24 ore + 10°C:

Adatta per il periodo estivo visto e considerato che la biga matura in frigo. Anche qui è ideali per impasti di pizza alla romana per brevi e medie maturazioni.

Biga a lunga maturazione controllata

Caratteristiche di maturazione Maturazione 48h 24h a +4°C, 24h a temperatura ambiente di 20°C

 

Destinazione d’uso

Adatta alla produzione di pane, pizza in pala o in teglia alla romana per brevi maturazioni

Biga con maturazione lunga a temperatura ambiente

Caratteristiche: maturazione 24 ore a temperatura ambiente

Questo tipo di impasto è adatto per medie maturazioni.

Saper fare correttamente una biga non è assolutamente facile in quanto occorre una buona dose di pazienza ma soprattutto bisogna avere maestria.

Spero di essere stata utile con questo post.

Alla prossima

forno per pizza

Forno per pizza, come sceglierlo

In base alla pizza che si andrà a fare la scelta del forno è molto importante se non addirittura decisiva per un buon esito della stessa. Forse non tutti ne sono a conoscenza, ma ogni forno presente sul mercato possiede delle proprie caratteristiche e una cottura specifica.

Lo scopo di questo post dunque, è quello di illustrare i vari forni presenti in commercio e scegliere quello che meglio rispecchia le proprie aspettative avendo ben compreso dapprima i vantaggi e gli svantaggi che ciascun forno presenta.

In commercio si possono trovare diversi tipi di forni: a legna, a gas ed elettrico.

Forno per pizza a legna

Il forno a legna è quello maggiormente prediletto e apprezzato dalle pizzerie. E’ realizzato con pietra refrattaria e l’alimentazione avviene attraverso l’impiego della legna, mentre per quelli più moderni la combustione avviene attraverso il gas.

Questo forno presenta diversi vantaggi:

  • E’ in grado di cuocere ad alte temperature;
  • Permette durante la cottura un buon isolamento;
  • Offre un’ottima resa di cottura;
  • I costi di gestione sono minimi;
  • I costi per realizzarlo non sono alti.

Nonostante i molteplici vantaggi, il forno a legna possiede alcuni svantaggi:

  • Igiene ridotta;
  • Obbligo di montare canne fumarie coibentate e un abbattitore dei fumi;
  • Buona esperienza del pizzaiolo.

Forno per pizza  a legna a gas rotativo

Questa tipologia di forno nasce 20 anni fa e lo scopo è quello di agevolare il pizzaiolo durante la cottura della pizza. Cosa significa? Il forno è controllato direttamente da un computer che emette un piccolo suono quando la pizza è pronta.

Questo forno lo si può trovare sia a legna che a gas.

Perchè prediligere questa tipologia? Rispetto al forno a legna tradizionale, la camera di combustione non è a stretto contatto con la pizza, per cui si otterrà una maggiore igiene.

E per quanto riguarda il costo da affrontare? L’investimento è al pari di un forno elettrico.

Forno per pizza elettrico

Questo forno è stato studiato e realizzato per le pizze al taglio e focacce. E’ molto facile e veloce da pulire, si rivela igienico e aspetto non poco importante non occorre installare canne fumarie o abbattitori di fumo.

Negli ultimi anni a questa parte sono state integrate delle funzioni aggiuntive molto utili secondo il parere di alcuni.

In alcune versioni c’è la possibilità ad esempio, di memorizzare fino a 10 programmi diversi di cottura e di accenderlo automaticamente grazie ad un orologio integrato.

Tra i vantaggi annoveriamo:

  • Cottura uniforme;
  • Temperatura visibile in tempo reale;
  • Non occorre personale specializzato.

Per quanto riguarda gli svantaggi non ce ne sono, tuttavia se il forno è mal progettato è chiaro che la pizza non sarà cucinata uniformemente.

Forno elettrico a tunnel

Si tratta di un forno di ultima generazione progettato per tutte quelle pizzerie dove è presente una grande mole di lavoro ma che non hanno molto spazio a disposizione.

I vantaggi sono:

  • Cuoce ad alte temperature;
  • Le dimensioni sono ridotte;
  • Non occorre personale specializzato;
  • Offre un’ottima produttività.

Tra gli svantaggi invece:

  • E’ troppo rumoroso;
  • I costi per la gestione non sono propriamente bassi;
  • Bisogna stare attenti dove posizionarlo. Non può essere sistemato vicino a porte e finestre perché le correnti d’aria creano disagi alla bocca d’uscita del forno.
farina per pizza

Farina per pizza, come sceglierla e come conservarla

Quale farina scegliere per preparare una buona pizza? Sul web si legge di tutto e di più, ma in realtà molti sono i pareri discordanti. La scelta della farina per pizza è un fattore importante e come tale non va trascurato.

 

Ogni preparazione richiede una specifica farina se si vuole ottenere un risultato eccellente. Purtroppo non sono pochi coloro che lamentano il fatto di non ottenere un buon impasto a causa della fermentazione, del forno o del lievito in realtà nella stragrande maggioranza dei casi il problema risiede nella farina.

Farina per pizza, quale usare?

Come sappiamo ce ne sono di diverse tipologie: farina tipo 00, farina tipo 0, farina tipo 1, farina tipo 2, farina integrale.

 

La farina tipo 00 è quella maggiormente utilizzata per realizzare la pizza in casa perché è molto facile da lavorare ma lo svantaggio è che non apporta alcun nutriente all’organismo perché durante il processo di macinazione vengono eliminate le fibre, le vitamine e i sali minerali, oltre a questo, è ricca di zuccheri per cui si rivela nociva per la salute.

 

La farina tipo 0 invece è meno raffinata rispetto alla farina tipo 00, ma per le caratteristiche che possiede non è indicata per realizzare la pizza, ma contenendo un buon quantitativo di glutine è ottima per preparare del buon pane.

 

La farina tipo 1 è molto ricca di sostanze utili per il corpo e viene utilizzata per preparare pizze, dolci, pane e prodotti da forno.

 

La farina tipo 2 è una farina semi integrale. E’ molto semplice da lavorare rispetto a quella integrale e il suo grado di lievitazione è molto lento rispetto alle altre tipologie citate in precedenza. E’ molto utilizzata nelle pizzerie, nelle pasticcerie per realizzare alcuni dolci.

 

E che dire sulla farina integrale? Viene utilizzata molto poco ma è la migliore perché tutti i nutrienti  rimangono intatti. Se si decide di optare per questa variante dunque, è bene scegliere la farina integrale macinata a pietra, il risultato sarà più che soddisfacente.

 

Tuttavia bisogna considerare anche altri parametri per la scelta di questo ingrediente, come le attrezzature da utilizzare e il tipo di fermentazione da dedicare al prodotto.

 

Se l’intento è quello di preparare una teglia di pizza o una pizza a breve lievitazione allora bisognerà prediligere una farina debole ( W 180-220), se invece lo scopo è quello di ottenere un impasto più maturo allora occorrerà scegliere una farina di media forza (W 250-280) dove i tempi di fermentazione si allungano.

Se invece i volumi sono importanti in tal caso bisognerà optare per una farina di forza (W 300-350).

Come si può denotare dunque, ogni tipologia di impasto deve seguire un filo logico.

Come si conserva la farina?

La farina deve essere correttamente conservata in un luogo asciutto e ventilato, lontana da fonti di calore e luce diretta. La temperatura dove verrà posta non deve essere superiore ai 25° per non comprometterne la qualità.

Una piccola precisazione è doveroso farla:  i sacchi di farina devono essere posizionati su pedane di legno e non a terra e a 10 cm dal muro.